Ceramiche e maioliche
Tradizione
Ceramiche e maioliche
Tradizione

Le prime botteghe documentate di vasai e maiolicari a Pollenza risalgono al Cinquecento. La notizia più antica relativa all’esistenza di una vaseria risale al 1509, quando il vasaio Gerolamo di Ancona richiese al Consiglio di Credenza un prestito in denaro e l’autorizzazione ad aprire una bottega. Nei decenni successivi l’attività si sviluppò rapidamente grazie all’arrivo di artigiani forestieri, favoriti dal Comune con privilegi come contributi economici, affitto agevolato di botteghe e accesso all’acqua del fiume Potenza.
Nel Settecento e Ottocento l’attività ceramica di Pollenza raggiunse la sua massima vitalità. Le botteghe aumentarono, la produzione si diversificò e alcuni artigiani si distinsero per qualità e continuità del lavoro. Nel 1787 Francesco Verdinelli ottenne dal Papa la privativa per la produzione di maioliche bianche e decorate, apprezzate dalla nobiltà. Nel 1789 nacque la fabbrica dei Venanza, premiata con numerosi riconoscimenti fino alla medaglia d’oro nel 1905 all’Esposizione nazionale di Macerata. Nell’Ottocento si distinsero anche Sante Monti, suo figlio Vitaliano, i Caprari-Nardi e i Ranieri, consolidando la fama e la qualità della produzione.
Nel XIX secolo a Pollenza operavano cinque fabbriche con oltre cento operai, esportando in tutta la regione e oltre, rendendo la maiolica bianca di Monte Milone tra i prodotti più rinomati dello Stato Pontificio. Si caratterizzava per il colore bianco ambrato, una finitura di vernice a base di piombo e stagno che, dopo cottura e raffreddamento, diventava dura come la pietra. I decori di colore azzurro e i riflessi verde mare, quando presenti, erano essenziali e immediatamente riconoscibili, motivi floreali stilizzati, tralci, foglie isolate e piccoli fiori si alternavano a segni geometrici semplici, applicati per delimitare gli spazi e creare cornici leggere. La decorazione non ricopriva mai interamente la superficie, lasciando respiro al fondo e mantenendo equilibrio tra pieni e vuoti.
Lo studioso Anselmo Anselmi, sulla Nuova Rivista Misena nel 1905, ammirò l’alto livello della ceramica pollentina e rimarcò che nessuno si era occupato di registrarla nella storia della ceramica marchigiana. Dagli inizi del Novecento l’attività ceramica declinò fino a dissolversi quasi del tutto, sostituita dalla lavorazione del legno e, successivamente, dal restauro del mobile antico.
Tra le raccolte più significative si ricordano gli antichi manufatti rinvenuti in un vecchio torrione di Pollenza, oggi conservati nel Museo Civico di Palazzo Cento. La ceramica pollentina non vive solo nei musei: alcune botteghe e artigiani locali continuano a lavorarla, tramandando le tecniche tradizionali e mantenendo viva una produzione che unisce memoria storica e creatività contemporanea.